Nel primo Ottocento il gioco del pallone col bracciale era uno degli spettacoli più popolari d’Italia. Non si trattava di calcio, come talvolta si legge con leggerezza, ma di una disciplina agonistica praticata negli sferisteri e nelle piazze, capace di attirare folle entusiaste. Proprio a questo gioco Giacomo Leopardi dedicò, nel 1821, la celebre canzone A un vincitore nel pallone.

Oggi sappiamo che il destinatario della poesia fu Carlo Didimi, campione originario di Treia e protagonista assoluto di questo sport. Ma per lungo tempo la questione non fu affatto chiara. Per oltre sessant’anni, dal 1821 fino alla fine dell’Ottocento, l’identità del “vincitore nel pallone” rimase avvolta nel dubbio. Leopardi non lasciò alcuna dedica autografa e questo alimentò una vivace discussione tra studiosi e appassionati.

La soluzione arrivò grazie alle ricerche di Giovanni Mestica, uno dei primi grandi studiosi leopardiani. Attraverso documenti e testimonianze raccolte tra Recanati e Treia, e grazie anche alle informazioni fornite dagli eredi Didimi, Mestica riuscì a dimostrare che il campione celebrato dal poeta era proprio Carlo Didimi. La sua scoperta fu resa pubblica con una relazione presentata a Recanati nel 1898, in occasione delle celebrazioni per il centenario della nascita di Leopardi. Col tempo, però, si perse memoria delle circostanze di quella scoperta e la vicenda tornò a essere oggetto di interrogativi.

Il tema riemerse con forza alla fine degli anni Settanta del Novecento, quando a Treia venne ripresa la tradizione del gioco del bracciale con la nascita della Disfida. L’attenzione per la figura di Didimi si rinnovò e con essa le domande sulla veridicità della dedica leopardiana. Nuove ricerche negli archivi locali permisero di recuperare la corrispondenza epistolare tra Mestica e il segretario dell’Accademia Georgica di Treia, Augusto Pettarelli, restituendo così pienamente la memoria storica della vicenda.

Didimi non fu soltanto un campione celebre, ma anche una figura profondamente legata al territorio maceratese. Giocò più volte a Macerata, dove il gioco del pallone trovava uno dei suoi scenari più significativi e spettacolari. Attorno alle sue imprese nacquero numerosi aneddoti. Si raccontava che fosse capace di colpi straordinari, tanto da lasciare il pubblico sbigottito. Non a caso circolava un detto popolare: “O sei il diavolo o sei Didimi!”

Un esempio di questi aneddoti lo lega direttamente allo Sferisterio di Macerata. Durante una partita, con una battuta eseguita dal fondo del campo, riuscì a far sorvolare al pallone l’intera arena, facendolo cadere nella zona dell’attuale piazza Nazario Sauro. Un passante, stupito, alzando gli occhi al cielo avrebbe esclamato: “O questo è Dio o questo è Carlo Didimi!”

Secondo altri racconti, il campione fu protagonista anche nel giorno dell’inaugurazione dello Sferisterio, quando accettò una scommessa lanciata da un sacerdote locale, convinto che alcune traiettorie del pallone fossero impossibili da realizzare. Didimi riuscì nell’impresa, vinse la scommessa ma restituì il denaro vinto, accontentandosi del divertimento suscitato tra la folla. Nonostante la notorietà e l’onerosità dei compensi richiesti, era infatti ricordato anche per la sua generosità: in un’occasione fece devolvere l’incasso di una partita disputata a Macerata a favore dell’asilo Ricci, istituzione assistenziale destinata ai bambini più bisognosi.

Alcuni documenti conservati negli archivi locali consentono di comprendere meglio anche gli aspetti concreti della sua attività. In una lettera del 1830 indirizzata al Gonfaloniere di Macerata, Didimi discute le condizioni economiche per disputare allo Sferisterio un ciclo di partite, proponendo un lotto di sei giocate, con compenso di cento scudi per serata, per un totale di seicento scudi, e la divisione degli eventuali ulteriori introiti con la società organizzatrice. Il documento testimonia una gestione già moderna dello spettacolo sportivo, basata su cachet, percentuali e valutazione del rischio legato agli incassi delle diverse piazze.

Un secondo documento del 1831, di carattere politico-amministrativo, restituisce invece l’immagine di un Didimi impegnato nel clima civile e patriottico del suo tempo, segnalato come sostenitore delle idee liberali. Anche questo aspetto contribuisce a spiegare perché Leopardi potesse vedere nel campione non solo un atleta acclamato, ma una figura simbolica capace di incarnare valori di energia morale e di rinnovamento.

La storia di Carlo Didimi si intreccia così con quella dello Sferisterio e con la memoria culturale del territorio. Attraverso la poesia leopardiana, i documenti d’archivio e il ricordo delle imprese sportive, il gioco del pallone col bracciale continua ancora oggi a raccontare un mondo in cui sport, spettacolo e partecipazione civile erano profondamente connessi.

Per chi volesse saperne di più segnaliamo il libro Treia e il gioco del Pallone col Bracciale a cura di Alberto Meriggi