Parlare oggi di regia significa, prima di tutto, interrogarsi su cosa significhi leggere un’opera. Non tradurla semplicemente in immagini, ma entrarci dentro, comprenderne il funzionamento, scegliere che cosa rendere visibile.
È da questa prospettiva che si è aperto l’incontro con Daniele Menghini, giovane regista che negli ultimi anni ha affrontato con decisione il confronto con il repertorio, a partire da una prima prova importante nel 2020. Un percorso che non si misura tanto nella precocità, quanto nella chiarezza di uno sguardo: quello di chi si confronta con i titoli più esposti della tradizione senza cercare scorciatoie.
Il tema della regia, affrontato a partire dal Barbiere di Siviglia, si è subito allargato oltre il caso specifico. Perché il Barbiere è uno di quei titoli che sembrano resistere alla regia: un’opera che funziona sempre, che tiene il pubblico, che scorre con naturalezza. E proprio per questo rischia di essere data per scontata.
Ma che cosa si mette davvero in scena quando si mette in scena il Barbiere?
Dietro la sua apparente leggerezza si colloca invece un’origine molto precisa. Il barbiere di Siviglia nasce dentro la società dell’Ancien Régime e dentro la scrittura di Beaumarchais, autore che usa il teatro come spazio di osservazione e, in filigrana, di critica delle relazioni sociali.
Figaro, in questo contesto, non è semplicemente un personaggio brillante: è una figura nuova. Un uomo senza rango che però possiede strumenti come intelligenza, mobilità e capacità di adattamento che gli permettono di attraversare le gerarchie sociali e, in qualche modo, di metterle in crisi. Il fatto stesso che l’opera porti il suo nome, e non quello di un aristocratico, segna già uno spostamento di prospettiva. Quando questo materiale arriva nelle mani di Rossini, nel 1816, non viene cancellato, ma trasformato. La critica sociale non è più esposta in forma diretta, come nel teatro di Beaumarchais, ma si incorpora nel funzionamento stesso dell’opera. Il conflitto non è più dichiarato: si manifesta nel ritmo, nell’accelerazione, nella costruzione delle situazioni.
È questo passaggio, da contenuto a struttura, che rende il Barbiere qualcosa di più di una commedia riuscita: una macchina teatrale in cui le relazioni tra i personaggi sono continuamente rimesse in gioco. È qui che la regia diventa necessaria.
Menghini insiste su una linea molto chiara: non si tratta di attualizzare l’opera, ma di riconoscerne la contemporaneità interna. «Non mi interessa un teatro filologico», afferma, «ma uno spazio ridisegnato da uno sguardo di oggi». Questo significa lavorare non sull’epoca, ma sul dispositivo.
La scelta di ambientare il Barbiere in un teatro di posa contemporaneo nasce da questa esigenza. Non è un aggiornamento decorativo, ma una traduzione drammaturgica. Il mondo dell’opera viene riletto come un sistema di rappresentazione, in cui i personaggi costruiscono continuamente ruoli, immagini, relazioni. È un teatro che riflette su se stesso, senza bisogno di forzature.
In questo sistema Figaro assume una funzione decisiva. Non è solo il protagonista, ma il principio attivo dell’azione. È colui che mette in moto i meccanismi, che collega i livelli, che rende possibile il movimento. In questa lettura, Figaro diventa quasi una figura registica interna alla scena, capace di orchestrare gli eventi e di tenere insieme ciò che accade, in una posizione che richiama, non a caso, la mobilità e l’intelligenza della maschera di Arlecchino.
Questa lettura permette anche di cogliere un aspetto spesso trascurato: il Barbiere è un’opera profondamente priva di moralismo. I personaggi non sono guidati da ideali, ma da interessi. Figaro cerca il guadagno e l’affermazione, Basilio si muove per opportunismo, Bartolo per possesso, il Conte per desiderio, Rosina per una forma di emancipazione intelligente. È un mondo regolato dall’utile, non dal bene o dal male. Ed è proprio questa dimensione che ha portato Menghini a parlare, non senza provocazione, di un possibile “ritratto degli italiani” : non un giudizio, ma una constatazione di come l’intelligenza pratica, la capacità di adattamento e la gestione delle relazioni siano al centro dell’azione.
In questo quadro Rosina acquista una centralità ancora più evidente. Lontana dalla fanciulla perseguitata del Settecento, è una figura che osserva, decide, orienta. La sua celebre dichiarazione, docile in apparenza, determinata nella sostanza, segna uno scarto netto rispetto al passato. Rossini porta a compimento un processo già avviato da Beaumarchais: la nascita di una soggettività femminile attiva, consapevole, capace di resistenza e di strategia.
Anche la comicità, a ben guardare, cambia natura. Non è semplice leggerezza, ma tensione. Si costruisce per accumulo, accelerazione, squilibrio. Il celebre crescendo rossiniano non è soltanto un effetto musicale, ma un vero dispositivo drammaturgico che traduce in suono l’intensificarsi delle situazioni. È necessario restituire al comico la sua dimensione anche perturbante: si ride, ma all’interno di un sistema che spinge continuamente verso il limite.
Questo riguarda anche lo spazio scenico. Portare il Barbiere allo Sferisterio significa confrontarsi con una scala che non appartiene all’opera originaria. Ma proprio questa distanza diventa occasione di lavoro. Lo spazio non viene semplicemente occupato, ma interrogato, trasformato in elemento attivo della drammaturgia, chiamato a partecipare alla costruzione del racconto.
Resta infine il nodo della tradizione, inevitabile quando si affronta Rossini. Mettere in scena il Barbiere significa confrontarsi con una memoria condivisa, con immagini già sedimentate. Il lavoro della regia si colloca dentro questa tensione: togliere, selezionare, ma allo stesso tempo mantenere un legame autentico con il materiale, evitando sia la ripetizione sia la sovrascrittura.
Figaro non è più soltanto il barbiere di Siviglia. È la figura di un mondo in movimento, in cui le posizioni non sono mai fisse, ma sempre negoziate. E forse è proprio per questo che, ogni volta che torna in scena, il Barbiere non appare mai davvero lo stesso e continua, ostinatamente, a interrogarci.