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Da sempre intorno allo Sferisterio si sono raccolti cittadini e appassionati che, in modi diversi, ne hanno accompagnato e sostenuto le attività.

Con la costituzione nel novembre 2016 dell’Associazione Amici dello Sferisterio si è voluto riprendere questa tradizione. Lo scopo perseguito, attraverso l’azione volontaria dei propri aderenti, è quello di suscitare e sviluppare, a tutti i livelli, l’interesse per ciò che può essere considerato il cuore culturale della città, luogo di contenuti e generatore di esperienze culturali.

Dal 2017 l’Associazione organizza una vasta gamma di attività culturali, tra cui conferenze, percorsi di approfondimento, incontri con artisti e presentazioni, con l’obiettivo di promuovere la conoscenza della musica, del teatro e delle tradizioni culturali legate allo Sferisterio.

Offriamo occasioni di approfondimento per il pubblico di tutte le età, favorendo la partecipazione attiva della cittadinanza e contribuendo alla formazione culturale di studenti, professionisti e appassionati.

Collaboriamo con scuole, istituzioni e associazioni locali per arricchire l’offerta culturale di Macerata e stimolare il dialogo tra patrimonio storico e nuove generazioni.

 

Le attività si realizzano in particolare attraverso conferenze, incontri, ascolti guidati e specifici eventi di spettacolo, pensati per coinvolgere e avvicinare il pubblico all’esperienza unica dello Sferisterio.

Ultime News

Dentro l’opera: Alessio Pizzech e Il trovatore

Dentro l’opera: Alessio Pizzech e Il trovatore

02/04/2026

Prosegue il percorso de La città sul palcoscenico con un nuovo appuntamento dedicato a uno dei titoli più intensi e complessi del repertorio verdiano.

Giovedì 16 aprile alle 17.30 in Gran Sala Cesanelli, l’Associazione Amici dello Sferisterio ospiterà Alessio Pizzech per Dentro l’opera, una conferenza–laboratorio dedicata a Il trovatore:un’opera attraversata da contrasti fortissimi: amore e vendetta, identità e destino, memoria e ossessione.

Non una semplice introduzione, ma un’occasione per entrare nel cuore dell’opera, nei suoi meccanismi interni, nelle tensioni drammatiche e nelle scelte che ne determinano la forma scenica.Una drammaturgia intensa, quasi frammentaria, che trova nella musica di Verdi una straordinaria capacità di tenere insieme emozione e struttura.

Ma come si traduce tutto questo sulla scena? Come si costruisce un racconto che vive contemporaneamente nella musica, nei corpi, nello spazio?

È proprio su questo terreno che si muove il lavoro di Alessio Pizzech. Regista attivo da anni tra prosa e teatro musicale, Pizzech ha costruito un percorso artistico che attraversa linguaggi diversi, mantenendo sempre centrale il rapporto tra testo, interprete e spazio scenico. Nel corso della sua carriera ha firmato numerose regie in Italia e all’estero, collaborando con importanti teatri e festival e confrontandosi con titoli del grande repertorio, da Rigoletto a Traviata, fino a produzioni contemporanee.

Il suo approccio alla regia non è mai imposto, ma nasce da un dialogo costante con la musica e con gli interpreti: uno sguardo che si pone come ponte tra l’opera e il presente, capace di far emergere ciò che nei testi e nelle partiture continua a parlare al nostro tempo. L’incontro del 16 aprile si configura come una vera e propria conferenza–laboratorio.

Non si tratterà solo di raccontare Il trovatore, ma di attraversarlo: seguire i passaggi, osservare le scelte, entrare nei processi che portano dalla partitura alla scena. Un’occasione preziosa per il pubblico — e in particolare per gli studenti — per avvicinarsi all’opera non solo come spettatori, ma come osservatori consapevoli.

L’appuntamento si inserisce nel progetto La città sul palcoscenico, che nel corso dei mesi ha affrontato i diversi elementi della costruzione teatrale — dal costume alla regia, dalla scenografia alla drammaturgia — offrendo una visione dell’opera come processo complesso e condiviso.

 

Con Dentro l’opera, questo percorso trova un nuovo punto di approfondimento: non più solo gli elementi, ma il loro intreccio vivo nel momento della creazione.

Incontra l’Opera: la città si prepara al Macerata Opera Festival con Fabio Sartorelli

Incontra l’Opera: la città si prepara al Macerata Opera Festival con Fabio Sartorelli

16/03/2026

Martedì 24 marzo il Teatro Lauro Rossi ospiterà Incontra l’Opera, la conferenza-spettacolo guidata dal M° Fabio Sartorelli, appuntamento che anticipa e accompagna la presentazione della stagione 2026 del Macerata Opera Festival.

L’iniziativa, in collaborazione con l’Associazione Arena Sferisterio, si inserisce nel percorso culturale La città sul palcoscenico, pensato per offrire al pubblico strumenti di comprensione e occasioni di approfondimento attorno al teatro musicale.

La giornata si articolerà in due momenti, alle ore 9.30 e alle ore 21.00, per consentire una partecipazione ampia e differenziata, rivolta in particolare agli studenti universitari e dell’Accademia di Belle Arti, e aperta all’intera cittadinanza.

Al centro dell’incontro saranno i titoli della prossima stagione: Nabucco, Il barbiere di Siviglia e Il trovatore. Tre opere molto diverse tra loro, accomunate però da una forte capacità di parlare al presente attraverso la musica, il teatro e la costruzione scenica. A guidare il pubblico sarà Fabio Sartorelli, musicologo e docente di Storia della musica al Conservatorio “G. Verdi” di Como e di Guida all’ascolto presso l’Accademia Teatro alla Scala di Milano. Da anni impegnato nella divulgazione musicale, Sartorelli ha sviluppato uno stile che unisce rigore e accessibilità, alternando racconto, ascolto e momenti al pianoforte.

Incontra l’Opera non è una semplice introduzione, ma un vero e proprio attraversamento del linguaggio operistico. L’obiettivo non è solo presentare le opere, ma accompagnare il pubblico dentro i meccanismi che ne rendono possibile la costruzione: la drammaturgia, la scrittura musicale, le scelte registiche, l’immaginario scenico.

In questo senso, l’appuntamento del 24 marzo si collega idealmente al percorso avviato con La città sul palcoscenico, che nei mesi scorsi ha approfondito i diversi elementi della creazione teatrale – dal costume alla regia, fino alla scenografia – offrendo una lettura dell’opera come processo complesso e condiviso. L’incontro rappresenta quindi un passaggio significativo: dal racconto dei linguaggi alla loro sintesi nel momento dello spettacolo, e dalla riflessione alla partecipazione.

Per gli studenti universitari è previsto il riconoscimento di crediti formativi, a conferma dell’attenzione rivolta al rapporto tra formazione e fruizione culturale.

 

Con questo appuntamento, gli Amici dello Sferisterio continuano il proprio impegno nel costruire un dialogo continuo tra il teatro e la città, contribuendo a rendere l’opera non solo un evento, ma un’esperienza condivisa e consapevole.

Quando lo spazio diventa racconto Note sulla scenografia

Quando lo spazio diventa racconto Note sulla scenografia

09/03/2026

L’incontro del 5 marzo, ospitato nella Gran Sala Cesanelli dello Sferisterio nell’ambito del percorso La città sul palcoscenico, ha visto protagonista la scenografa Laura Perini, che ha guidato il pubblico all’interno del proprio lavoro attraverso immagini, bozzetti e riflessioni sul processo creativo.

A partire dai suoi progetti e dal modo in cui questi prendono forma, dal disegno alla realizzazione, l’incontro ha offerto l’occasione per riflettere sulla natura stessa della scenografia, non come elemento accessorio, ma come costruzione dello spazio e dell’esperienza.

Quando si parla di scenografia, si tende spesso a pensare a un’immagine: un ambiente, una costruzione visiva, qualcosa che “rappresenta” un luogo. In realtà, il lavoro scenografico ha a che fare con qualcosa di più complesso e meno immediato: la costruzione di uno spazio che non è dato, ma che deve essere pensato e reso possibile.

Per questo, il punto di partenza è quasi sempre il disegno. Non come anticipazione dell’immagine finale, ma come strumento per organizzare lo spazio. Disegnare significa mettere in relazione le parti, stabilire proporzioni, intuire un primo ordine. È nel disegno che si definisce una direzione dello sguardo, ancora prima che lo spazio esista.

Ma il disegno, da solo, non basta. La scenografia è sempre un passaggio dalla carta alla realtà, e questo implica una trasformazione. Si lavora su qualcosa che non c’è e che deve essere costruito: materiali, superfici, colori, luce. Ogni scelta interviene non solo sull’aspetto, ma sul modo in cui lo spazio verrà percepito.

Il colore, ad esempio, non è mai decorazione. Ha a che fare con la profondità, con la distanza, con il modo in cui i corpi emergono o si ritirano. Allo stesso modo, la luce non si limita a illuminare, ma costruisce relazioni, definisce gerarchie, modifica la lettura complessiva della scena.

In questo senso, la scenografia non è un’immagine, ma un sistema. Uno spazio organizzato in cui le parti non sono semplicemente disposte, ma messe in relazione in modo da suggerire un significato e orientare un’azione possibile.

È importante chiarire questo punto: la scenografia non coincide con il teatro. Il teatro esiste quando c’è un’azione, quando qualcuno agisce e qualcuno guarda. La scenografia, invece, viene prima. È la condizione che rende possibile quell’azione, lo spazio in cui essa può accadere e trovare un senso.

Per questo motivo, il lavoro scenografico riguarda anche – e soprattutto – lo sguardo. Ogni spazio implica un punto di vista, o meglio, una costruzione del punto di vista. Esiste sempre una zona in cui il significato si concentra, una gerarchia che guida la percezione. Non si tratta di imporre una lettura, ma di predisporla.

Allo stesso tempo, la scena non si offre mai tutta insieme. Non è un’immagine statica, ma una sequenza. Lo spettatore la attraversa con gli occhi, la ricompone progressivamente. Lo spazio si rivela nel tempo, attraverso una successione di visioni, di avvicinamenti, di spostamenti.

Questo è particolarmente evidente quando si lavora in luoghi che possiedono già una forte identità, come lo Sferisterio. Qui lo spazio è già una scenografia, con una sua struttura, una sua misura, una sua presenza. Intervenire significa allora entrare in relazione con qualcosa che esiste, capire dove è possibile agire e dove invece è necessario sottrarsi.

La scenografia, in questi casi, non può imporsi come un’immagine autonoma, ma deve costruire un equilibrio. Deve essere capace di leggere lo spazio prima ancora di trasformarlo.

 

In definitiva, lavorare sulla scenografia significa costruire le condizioni dell’esperienza. Non aggiungere un livello ulteriore, ma rendere possibile ciò che accadrà. È un lavoro che tende a scomparire, perché funziona quando non si impone, ma è proprio in questa discrezione che si gioca la sua forza.

Regia, drammaturgia e contemporaneità nell’incontro con Daniele Menghini

Regia, drammaturgia e contemporaneità nell’incontro con Daniele Menghini

28/02/2026

Parlare oggi di regia significa, prima di tutto, interrogarsi su cosa significhi leggere un’opera. Non tradurla semplicemente in immagini, ma entrarci dentro, comprenderne il funzionamento, scegliere che cosa rendere visibile.

È da questa prospettiva che si è aperto l’incontro con Daniele Menghini, giovane regista che negli ultimi anni ha affrontato con decisione il confronto con il repertorio, a partire da una prima prova importante nel 2020. Un percorso che non si misura tanto nella precocità, quanto nella chiarezza di uno sguardo: quello di chi si confronta con i titoli più esposti della tradizione senza cercare scorciatoie.

Il tema della regia, affrontato a partire dal Barbiere di Siviglia, si è subito allargato oltre il caso specifico. Perché il Barbiere è uno di quei titoli che sembrano resistere alla regia: un’opera che funziona sempre, che tiene il pubblico, che scorre con naturalezza. E proprio per questo rischia di essere data per scontata.

Ma che cosa si mette davvero in scena quando si mette in scena il Barbiere?

Dietro la sua apparente leggerezza si colloca invece un’origine molto precisa. Il barbiere di Siviglia nasce dentro la società dell’Ancien Régime e dentro la scrittura di Beaumarchais, autore che usa il teatro come spazio di osservazione e, in filigrana, di critica delle relazioni sociali.

Figaro, in questo contesto, non è semplicemente un personaggio brillante: è una figura nuova. Un uomo senza rango che però possiede strumenti come intelligenza, mobilità e capacità di adattamento che gli permettono di attraversare le gerarchie sociali e, in qualche modo, di metterle in crisi. Il fatto stesso che l’opera porti il suo nome, e non quello di un aristocratico, segna già uno spostamento di prospettiva. Quando questo materiale arriva nelle mani di Rossini, nel 1816, non viene cancellato, ma trasformato. La critica sociale non è più esposta in forma diretta, come nel teatro di Beaumarchais, ma si incorpora nel funzionamento stesso dell’opera. Il conflitto non è più dichiarato: si manifesta nel ritmo, nell’accelerazione, nella costruzione delle situazioni.

È questo passaggio, da contenuto a struttura, che rende il Barbiere qualcosa di più di una commedia riuscita: una macchina teatrale in cui le relazioni tra i personaggi sono continuamente rimesse in gioco. È qui che la regia diventa necessaria.

Menghini insiste su una linea molto chiara: non si tratta di attualizzare l’opera, ma di riconoscerne la contemporaneità interna. «Non mi interessa un teatro filologico», afferma, «ma uno spazio ridisegnato da uno sguardo di oggi». Questo significa lavorare non sull’epoca, ma sul dispositivo.

La scelta di ambientare il Barbiere in un teatro di posa contemporaneo nasce da questa esigenza. Non è un aggiornamento decorativo, ma una traduzione drammaturgica. Il mondo dell’opera viene riletto come un sistema di rappresentazione, in cui i personaggi costruiscono continuamente ruoli, immagini, relazioni. È un teatro che riflette su se stesso, senza bisogno di forzature.

In questo sistema Figaro assume una funzione decisiva. Non è solo il protagonista, ma il principio attivo dell’azione. È colui che mette in moto i meccanismi, che collega i livelli, che rende possibile il movimento. In questa lettura, Figaro diventa quasi una figura registica interna alla scena, capace di orchestrare gli eventi e di tenere insieme ciò che accade, in una posizione che richiama, non a caso, la mobilità e l’intelligenza della maschera di Arlecchino.

Questa lettura permette anche di cogliere un aspetto spesso trascurato: il Barbiere è un’opera profondamente priva di moralismo. I personaggi non sono guidati da ideali, ma da interessi. Figaro cerca il guadagno e l’affermazione, Basilio si muove per opportunismo, Bartolo per possesso, il Conte per desiderio, Rosina per una forma di emancipazione intelligente. È un mondo regolato dall’utile, non dal bene o dal male. Ed è proprio questa dimensione che ha portato Menghini a parlare, non senza provocazione, di un possibile “ritratto degli italiani” : non un giudizio, ma una constatazione di come l’intelligenza pratica, la capacità di adattamento e la gestione delle relazioni siano al centro dell’azione.

In questo quadro Rosina acquista una centralità ancora più evidente. Lontana dalla fanciulla perseguitata del Settecento, è una figura che osserva, decide, orienta. La sua celebre dichiarazione, docile in apparenza, determinata nella sostanza, segna uno scarto netto rispetto al passato. Rossini porta a compimento un processo già avviato da Beaumarchais: la nascita di una soggettività femminile attiva, consapevole, capace di resistenza e di strategia.

Anche la comicità, a ben guardare, cambia natura. Non è semplice leggerezza, ma tensione. Si costruisce per accumulo, accelerazione, squilibrio. Il celebre crescendo rossiniano non è soltanto un effetto musicale, ma un vero dispositivo drammaturgico che traduce in suono l’intensificarsi delle situazioni. È necessario restituire al comico la sua dimensione anche perturbante: si ride, ma all’interno di un sistema che spinge continuamente verso il limite.

Questo riguarda anche lo spazio scenico. Portare il Barbiere allo Sferisterio significa confrontarsi con una scala che non appartiene all’opera originaria. Ma proprio questa distanza diventa occasione di lavoro. Lo spazio non viene semplicemente occupato, ma interrogato, trasformato in elemento attivo della drammaturgia, chiamato a partecipare alla costruzione del racconto.

 

Resta infine il nodo della tradizione, inevitabile quando si affronta Rossini. Mettere in scena il Barbiere significa confrontarsi con una memoria condivisa, con immagini già sedimentate. Il lavoro della regia si colloca dentro questa tensione: togliere, selezionare, ma allo stesso tempo mantenere un legame autentico con il materiale, evitando sia la ripetizione sia la sovrascrittura. 

Figaro non è più soltanto il barbiere di Siviglia. È la figura di un mondo in movimento, in cui le posizioni non sono mai fisse, ma sempre negoziate. E forse è proprio per questo che, ogni volta che torna in scena, il Barbiere non appare mai davvero lo stesso e continua, ostinatamente, a interrogarci.

La città sul palcoscenico entra nello spazio della scena con Laura Perini: la scenografia come architettura teatrale

La città sul palcoscenico entra nello spazio della scena con Laura Perini: la scenografia come architettura teatrale

26/02/2026

Dopo aver attraversato il costume e la regia, La città sul palcoscenico sposta ora lo sguardo su ciò che rende possibile ogni racconto teatrale: lo spazio.

Giovedì 5 marzo alle ore 18, nella Gran Sala Cesanelli dello Sferisterio, sarà ospite della rassegna la scenografa Laura Perini, protagonista di un incontro dedicato alla scenografia come architettura visiva e drammaturgica dello spettacolo.

Se il costume costruisce l’identità dei personaggi e la regia traccia il pensiero dell’azione, è la scenografia a dare forma al mondo in cui tutto accade. Disegni, proporzioni, materiali e luce diventano strumenti attraverso cui un’idea prende corpo, trasformandosi in ambiente narrativo ed esperienza percettiva per lo spettatore.

Il percorso professionale di Laura Perini affonda le radici proprio allo Sferisterio. Nata a Jesi e formatasi a Macerata — prima all’Istituto d’Arte e poi all’Accademia di Belle Arti, dove si specializza in scenografia — consolida negli anni la propria esperienza tra teatro, opera lirica e cinema. Ha collaborato a produzioni del Macerata Opera Festival, a partire dal 2013 con Sogno di una notte di mezza estate, contribuendo alla realizzazione del grande bosco scenico che trasformò il palcoscenico in un paesaggio incantato, fino al ritorno nel 2024 con Turandot, firmata per regia e scene da Paco Azorín.

Parallelamente sviluppa un significativo percorso in ambito cinematografico, firmando la scenografia di cortometraggi e film prodotti da realtà nazionali, fino alla partecipazione nel 2022 al film Dante del maestro Pupi Avati, coprodotto da Rai Cinema: un’esperienza che ha ulteriormente ampliato la sua ricerca visiva e la sensibilità nella costruzione dell’immagine.

L’incontro offrirà al pubblico l’occasione di entrare nel processo creativo che precede la scena: dalla ricerca iconografica alla progettazione, dalla scelta dei materiali alla realizzazione, fino alla definizione di uno spazio capace di dialogare con interpreti, musica e luce.

Inserita nel programma del decennale dell’Associazione Amici dello Sferisterio, la rassegna continua così il proprio viaggio dietro le quinte dello spettacolo dal vivo, mettendo in relazione artisti, istituzioni e pubblico attorno ai linguaggi della creazione scenica.

Per gli studenti UNIMC la partecipazione all’incontro consente il riconoscimento di CFU, secondo le modalità indicate dall’Università.

Ingresso libero fino a esaurimento posti.

La città sul palcoscenico racconta la regia d’opera con Daniele Menghini

La città sul palcoscenico racconta la regia d’opera con Daniele Menghini

18/02/2026

Sarà il regista Daniele Menghini, protagonista della prossima edizione del Macerata Opera Festival con la ripresa della produzione del Barbiere di Siviglia che tornerà in scena nell’estate 2026, l’ospite del nuovo appuntamento della rassegna La città sul palcoscenico, promossa dall’Associazione Amici dello Sferisterio e dedicata ai linguaggi e ai processi della creazione scenica e musicale. L’incontro si terrà martedì 24 febbraio alle ore 18.00 nella Gran Sala Cesanelli dello Sferisterio.

L’incontro, dal titolo La regia: architettura della visione, offrirà al pubblico l’occasione di entrare nel laboratorio creativo della regia d’opera, raccontandone strumenti, responsabilità e immaginazione.

Che cosa significa costruire una regia? Come nasce uno spettacolo prima di arrivare sul palcoscenico? L’incontro accompagnerà il pubblico dentro il processo creativo che conduce dall’idea alla scena: dalla definizione dello spazio e del movimento scenico al dialogo con la musica e con gli interpreti, fino alla costruzione di una drammaturgia visiva capace di restituire senso e contemporaneità all’opera lirica.

Regista e attore, diplomato alla Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi di Milano, Daniele Menghini si forma tra teatro di ricerca e opera lirica collaborando con importanti personalità della scena contemporanea, da Robert Wilson a Massimo Popolizio, da Umberto Orsini a Filippo Timi e Fabio Cherstich. Dopo le prime esperienze come attore, si avvicina al teatro musicale maturando significative esperienze come assistente alla regia accanto a Davide Livermore, al Teatro alla Scala di Milano, e a Graham Vick, collaborazioni che segnano in modo determinante il suo percorso artistico.

Nel 2020 vince il concorso internazionale di regia del Macerata Opera Festival con un progetto dedicato a Il barbiere di Siviglia, che ha debuttato proprio allo Sferisterio nel 2022. Negli ultimi anni ha firmato produzioni nei principali teatri italiani ed europei, tra cui il Teatro dell’Opera di Roma, il Teatro Regio di Parma, il Teatro Massimo di Palermo e il Maggio Musicale Fiorentino, affermandosi come una delle voci più interessanti della scena operistica italiana.

La rassegna La città sul palcoscenico propone un ciclo di appuntamenti dedicati ai mestieri e ai linguaggi dello spettacolo — regia, costume, spazio teatrale, interpretazione e memoria — con l’obiettivo di rafforzare il dialogo tra teatro e città e offrire occasioni di approfondimento aperte a tutti.

L’incontro è riconosciuto tra le attività accreditate dall’Università di Macerata e consente agli studenti il riconoscimento di CFU secondo le modalità stabilite dai Dipartimenti.

Ingresso libero fino a esaurimento posti.