Nel secondo appuntamento della rassegna La città sul palcoscenico, Roberta Fratini ha accompagnato il pubblico dentro il lavoro del costume teatrale, tra ricerca iconografica, progettazione e artigianato sartoriale. Un incontro in cui la decente dell'Accademia di Belle Arti di Macerata e costumista ha raccontato come tessuti, colori e forme diventino identità, trasformano l’interprete in personaggio.
In consonanza al tempo di carnevale, stagione per eccellenza del teatro lirico, il 12 febbraio 2026 si è tenuto il secondo incontro della rassegna La città sul palcoscenico sul tema Il costume: architettura dell’identità, nella cornice della gran sala Cesanelli dello Sferisterio - luogo, peraltro, un tempo ospite di attività sartoriali. Roberta Fratini, docente di Progettazione e Tecniche del costume presso l’Accademia di Belle Arti di Macerata, ha accompagnato il pubblico alla scoperta del disegno e del lavoro sartoriale che sottendono alla creazione dei costumi per l'opera lirica.
Tutt’altro che decorazione, il costume è la soglia tra il corpo dell’interprete e quello della figura teatrale. L’attore, nel momento in cui diviene personaggio, si trova in un raddoppiamento della condizione del Körper-Leib, tra l’avere un corpo ed essere un corpo, tra il corpo anatomico e quello vissuto e mondanizzato. Da questo punto di vista, il costume contribuisce alla costruzione del corpo come esperienza di “presenza-al-mondo”, campo di espressione e relazione, intermediario dell’incontro con l’altro, non solo per l’attore, ma anche per il personaggio. Si inserisce come limes tra i corpi, è uno strumento drammaturgico che traduce in materia - tessuto, colore, taglio - il racconto teatrale, la visione scenica, la psicologia e le emozioni del personaggio.
In tali intarsi teorici si inserisce il lavoro del costumista: un articolato iter che, in costante sinergia con altre professionalità dello spettacolo (registi, scenografi, light designers, sarti), va dal preliminare lavoro di ricerca, alla delineazione dei bozzetti, alla realizzazione sartoriale, alle prove costume, fino alla messa in scena.
In particolare, nel processo creativo, oltre a una profonda conoscenza del testo teatrale in questione, è essenziale per il costumista la fase di ricerca, condotta con approccio paragonabile al filologico, tra archivi fotografici, collezioni museali, dipinti e documenti per studiare la moda dell’epoca di riferimento. Si tratta di un labor limae che coinvolge non solo il costume-abito, ma anche trucco, parrucco, acconciature e accessori come cappelli, borse, scarpe. Tramite la ricerca iconografica, infatti, il costumista coglie dettagli - come le trame dei tessuti, il modo in cui la luce colpisce le stoffe - e ispirazioni per restituire una visione personale, consapevole del potenziale psicologico che si annida anche nelle scelte più piccole. Nel Macbeth di Emma Dante, ad esempio, in un Medioevo ferino fatto di pellicce e tessuti scuri e grezzi, la regista e il costumista hanno utilizzato dei guanti rossi per Lady Macbeth, sì da raccontarne la natura violenta, sanguigna e passionale. Nella Cenerentola di Rossini disegnata da Vanessa Sannino, invece, l’ispirazione nasce dalle illustrazioni surrealiste di Ray Caesar: per alcune figure la costumista ha optato per sottostrutture che deformassero le silhouette e creassero forme grottesche, mentre per Don Magnifico ha ricercato dettagli ironici attraverso colori e volumi che ne accentuassero la natura comica. In alcuni casi, inoltre, l’opera viene traslata nel tempo, come un Così fan tutte ambientato negli anni '30, oppure affidata al tratto di grandi illustratori come Milo Manara, con cui Roberta Fratini ha collaborato.
Le suggestioni tratte dalla ricerca confluiscono nella creazione delle moodboard, tavole di ispirazione che definiscono la palette cromatica e l’atmosfera per ogni personaggio. Nello stadio successivo, l’idea prende forma attraverso il bozzetto: più il disegno è definito, più contribuisce a visualizzare il risultato finale, anche in ottica di regia. Definiti i bozzetti, si passa alla campionatura dei tessuti - fase delicata, in quanto la scelta della stoffa è determinante per il successo di un costume.
In dialogo stretto con la sartoria e l’équipe tecnica, si realizzano cartamodelli o se ne usano di storici, si inseriscono imbottiture per simulare specifiche corporature, si attuano tecniche di invecchiamento dei tessuti per raccontare, ad esempio, la povertà o l’usura. Soprattutto, si lavora sul manichino per definire le proporzioni, nella costante consapevolezza che il costume non è un oggetto statico, ma vive sul corpo dell’interprete. Perciò, altra dote del costumista è la sensibilità per le proporzioni, al fine di valorizzare la fisicità del cantante o dell’attore, magari rendendo visivamente potente una figura di statura minuta. Inoltre, è essenziale che l’abito sia funzionale all’azione scenica, per esempio in previsione di cambi veloci, e garantire che l’interprete possa muoversi agevolmente, respirare correttamente ed eseguire le coreografie.
Tra i maestri del costume, di cui si invita a sfogliare i bozzetti, Lele Luzzati, con creazioni basate sulla tecnica del collage; Odette Nicoletti, la cui firma è la meticolosità barocca di nastri e fiocchi; la costumista premio Oscar Milena Canonero; l’eccellenza della Sartoria Tirelli.
L’arte del costume teatrale appare tanto rara e silenziosa dietro le quinte, quanto fa la differenza sul palco, nel momento in cui i personaggi risultano naturali nel loro abito, come vi fossero nati. Il costume, allora, assurge a strumento che rende visibile l’anima della figura teatrale - e si innalza a linguaggio.
Prossimo appuntamento: martedì 24 febbraio, ore 18 nella Gran Sala Cesanelli dello Sferisterio. La regia. Architettura della visione con Daniele Menghini, regista.
