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Il primo nucleo degli Amici dello Sferisterio, nato del 2014 in occasione del 50° della Stagione Lirica, ha trovato il suo naturale sviluppo nella nascita dell'Associazione nel novembre 2016.

Da sempre intorno allo Sferisterio si sono raccolti tanti cittadini e appassionati che in maniere diverse ne hanno accompagnato e sostenuto le attività.

Con la costituzione dell'associazione si è inteso riprendere questa tradizione e lo scopo perseguito, attraverso un’azione volontaria dei propri aderenti, è quello di suscitare e sviluppare, a tutti i livelli, l’interesse per la musica e per il teatro musicale attraverso attività propedeutiche alla conoscenza e all'approfondimento sia delle opere in programma allo Sferisterio di Macerata sia del mondo dell'opera lirica in generale, della sua storia e complessità e comprendendo anche gli aspetti meno noti quali le arti e i mestieri necessari alla nascita e all'allestimento dell'opera. 

Dette attività si realizzeranno, in particolare, tramite conferenze, incontri, ascolti guidati, e specifici eventi di spettacolo. 

Ultime News

Come sostenere l'Associazione attraverso il 5xmille

Come sostenere l'Associazione attraverso il 5xmille

30/05/2020

L’Associazione Amici dello Sferisterio rientra tra gli enti fruitori del 5xmille a sostegno delle proprie iniziative.

“Amare, condividere e diffondere” è lo slogan con il quale l’Associazione descrive le proprie attività.

“il lavoro che svolgiamo quotidianamente si basa su questi tre aspetti: amare lo Sferisterio, la città, il Festival e la musica, condividere questa nostra passione non solo attraverso gli incontri ma con tutta una serie di attività che coinvolgono il maggior numero di persone possibile e per far conoscere la ricchezza di quello che abbiamo – afferma la presidente Lucia Rosa. Raggiungere grandi risultati - basti pensare alla nomination agli International Opera Awards – non è scontato ed è frutto di un lavoro di squadra che ci coinvolge tutti. Diffondere quindi, partendo dai più piccoli, l’amore e l’orgoglio di avere la possibilità di godere di tante cose insieme: arte, musica, canto, storia affinché tutto questo non venga disperso. Il 5xmille è un gesto simbolico ma importante attraverso il quale tutti possono aiutarci a proseguire in questo nostro percorso. Oggi avere il sostegno di quanti amano lo Sferisterio e le attività che ruotano intorno al festival è ancora più importante perchè permetterà all'associazione di progettare e programmare sempre nuovi eventi e sopratutto poter lavorare nella programmazione delle iniziative per il centenario del 2021".

Per aderire è sufficiente indicare al proprio commercialista il codice fiscale dell'associazione 01930080435

Nasce la sezione Kids & Young degli Amici dello Sferisterio

Nasce la sezione Kids & Young degli Amici dello Sferisterio

22/04/2020

L'Associazione Amici dello Sferisterio da sempre affianca alla propria attività di approfondimento dedicati all’opera, al teatro musicale e al Macerata Opera Festival anche incontri e percorsi formativi appositamente ideati per i più piccoli. Oggi, in cui il tema della stagione MOF2020 “#biancocoraggio” sembra più opportuno che mai e il bisogno non perdere il contatto con la bellezza si fa più urgente per tutti, l'associazione fa un passo in più e lancia la sezione Kids&Young, inaugurando un apposito profilo su Facebook e proponendo una serie di incontri in formato digitale, che incuriosiscano piccoli e giovani. Le storie, le trame, i personaggi, i segreti e le curiosità delle opere finalmente a portata di mano dei più piccoli di casa.

“Sin dall’inizio – racconta la presidente Lucia Rosa -  l’associazione Amici dello Sferisterio ha inserito nel suo programma di divulgazione e diffusione della storia dello Sferisterio, del Festival e dell’opera lirica un percorso dedicato ai più “giovani” perché è la lirica è magia pura, emozioni, meraviglia e con questi incontri negli anni abbiamo accompagnato  i bambini alla scoperta,  in modo divertente e diverso, del bello della musica e del teatro musicale.

Nel 2019, nell’ambito degli appuntamenti collaterali del Macerata Opera Festival, con cui collaboriamo regolarmente, abbiamo organizzato i tre appuntamenti del percorso “Martedì kids” grazie ai quali i bambini hanno avuto occasione di avvicinarsi alle tre opere del cartellone #rossodesiderio. Speriamo che le circostanze ci permettano  di poter proseguire anche nel 2020.

Dal primo incontro nel 2017 “Pomeriggio horror all’opera - Don Giovanni” è nato il programma “I mestieri all’Opera” per la Scuola Primaria che lo scorso anno scolastico ha coinvolto oltre 26 classi, ovvero circa 450 bambini tra i 6 e i 10 anni. Purtroppo la situazione ha fermato i nostri incontri e quindi abbiamo pensato di attivarci su canali alternativi per non fermare il nostro percorso.”

In collaborazione con la CTR (Compagnia Teatrale Calabresi Tema Riuniti) con la quale prosegue una bellissima sinergia - le voci narranti sono di Fulvia Zampa e Louis Marreiros -  sono stati predisposti e pubblicati su Facebook e Instagram i due primi video, una panoramica sulla musica e sulla lirica. A che serve? Perché nasce? Come mai si fa così?

L’ultimo ‘video-teaser’  pubblicato fa da goloso aperitivo alla storia di tre “bambini-supereroi” nati in tre città diverse e mai incontrati, che invece diventeranno tre dei più importanti compositori d’opera di tutti i tempi: un tuffo nelle appassionanti vite dei tre grandi geni protagonisti quest’anno della stagione lirica: Verdi, Puccini e Mozart.

Si prosegue con Giuseppe Verdi raccontato in tre “puntate” dal giovane baritono Gianluca Ercoli, protagonista dell'atteso "Nino ovvero Don Giovanni lo scapestrato bambino" che aspettiamo di vedere presto in scena. Gianluca Ercoli è amico speciale degli Amici dello Sferisterio e da sempre collabora nei progetti scuola.

Nel calendario delle future puntate degli Amici Kids&Young: Mozart e Puccini, video, incontri, giochi, contests e tante sorprese per i piccoli curiosi… rimanete sintonizzati!

 

Bianco il colore del coraggio - Intervista al prof. Marcello La Matina

Bianco il colore del coraggio - Intervista al prof. Marcello La Matina

16/01/2020

Il 9 gennaio 2020 presso la società Filarmonico Drammatica ha preso il via la stagione di incontri e conferenze organizzate dall'Associazione Amici dello Sferisterio. Per il quarto anno consecutivo il percorso accompagnerà soci, appassionati e curiosi alla scoperta del teatro musicale e della stagione del Macerata Opera Festival.

Primo relatore, il prof. Marcello La Matina, docente dell'Università di Macerata, membro del comitato scientifico della rivista "De Musica" edita dall'Università Statale di Milano. E' semiologo, filosofo, musicologo ma soprattutto  appassionato di musica e di opera.  E' stato allievo di Eliodoro Sollima ed è compositore lui stesso di pagine di musica. In questa intervista traccia un quadro generale sulla musica, il teatro musicale e ci parla di #biancocoraggio.

 

Professore, da appassionato quanto ritiene importante la conoscenza, l'approfondimento di argomenti legati alla musica nella vita di tutti i giorni?

Chiedere questo a un appassionato rischia di sminuire le ragioni oggettive della risposta.  La domanda è antica. Ancora al tempo di Aristotele, per esempio, i Greci avevano un curriculum costituito dallo studio dei poeti (Omero era insieme antropologia e religione), dell’aritmetica e della ginnastica: tutte cose necessarie per un buon cittadino. Per tradizione, però, si insegnava anche la musica: e il filosofo si chiedeva se la conoscenza della musica aiutasse a essere cittadini o uomini migliori e perché. La domanda ne rivelava un’altra, oggi ancora interessante e nuova: che cosa significa conoscere la musica? Significa saperla leggere? saperla produrre? saperla ascoltare? Certo, queste sono cose centrali. Ma io sposterei l’attenzione altrove. Leggere, produrre e ascoltare sono atti che ci mettono in rapporto col suono; un rapporto che – lo vediamo continuamente oggi – può essere consumato anche in privato, ovunque ci siano degli auricolari, un microfono, una radiolina o una chitarra. E’ questa conoscenza di cui dobbiamo parlare? Non credo. Penso che avere un rapporto privato con il suono non sia quel genere di conoscenza che al filosofo deve stare a cuore. La conoscenza della musica per me ha a che fare con il frequentare il suono musicale là dove anche altri lo fanno: le sale da concerto, i teatri, e luoghi simili. Ciò che fa la differenza fra l’avere una esperienza privata e l’avere una conoscenza della musica è questa dimensione politica, l’ascoltare musica dove anche altri ascoltano musica. Questo mi porta a dire che conoscere la musica è passare dall’esperienza privata che tutti possiamo fare alla persuasione che non c’è dimensione conoscitiva che là dove altri uomini e donne sono convocati dal suono, dal canto; là dove le mie personali impressioni possono essere condivise, accreditate o sviluppate dal confronto intersoggettivo, dalla relazione tra pari. Oggi la frequentazione dei luoghi della musica è un aspetto critico; occorre invece dargli peso centrale, perché non si conosce la musica se non si sa, o non si vuole, andare a trovarla in casa sua, là dove essa è apparecchiata per l’ascoltatore, per il suo ospite. Occorre tornare ad essere capaci di farsi ospiti in casa della musica.

Come filosofo del linguaggio (semiologo), in che modo può inquadrarsi il rapporto tra parola e musica nel teatro musicale?

Occorre vedere se si tratta di un rapporto tra due cose separate, ovvero se non si tratta di una unione originaria che è stata solo successivamente scissa. Di fatto, la parola mousikè indicava in greco sia la melodia del canto sia la parte linguistica – e forse anche una parte legata alla danza. Varie spiegazioni degli antichi illustrano questa originaria unità del suono modulato e del suono articolato: come se, nati insieme, parole e canti avessero poi preso strade differenti. Potremmo dire che la parola si è emancipata, si è affrancata e la musica ha imparato a far da sola: ma appare una spiegazione debole. La verità è che forse questa unione originaria è sempre stata cercata come se realmente si fosse data, come una sorta di mito originario della fondazione del vivente uomo. Se è così, il tentativo ricorrente di ripensare in una matrice unica i due elementi è ciò da cui nasce ogni esperienza del teatro musicale. Se, dunque, l’unione di parole e musica è il Mito originario, allora ogni teatro musicale che cerchi di celebrarla o rinnovarla è il Rito fondativo.

E' possibile tracciare un percorso evolutivo per cosi dire "parallelo" di lingua e musica nella storia dell'opera lirica?

Ritengo che il parallelo sia nella nostra testa, che ha una impostazione prevalentemente spaziocentrica. Nelle culture dell’oriente, si penserebbe al tempo, al confluire della materia cosmica in un caleidoscopico equilibrio che ogni volta deve essere distrutto per potersi ricreare. Noi occidentali vediamo nell’estensione spaziale una speciale proprietà delle cose, mentre l’uomo orientale ha piuttosto il senso del nuovo ad ogni istante. Ciò premesso, a inventare il teatro musicale sono stati gli Occidentali, e il modo in cui essi si rappresentano la loro storia musicale spesso vuole che l’innovazione musicale abbia proceduto parallelamente, cioè spazialmente, in stretto rapporto a quella linguistica o poetica. Contesto questa platitude, per una buona ragione: il teatro musicale è stato inventato molte volte, direi ripetutamente. E ciò che ha più inizi ha anche più storie e nessuna al tempo stesso. Monteverdi ha messo in asse la vocalità del parlato con le ragioni del madrigalismo, col suo desiderio di far vedere le parole umane come fossero “fumetti” della passione, bolle di fumo di sigaro in una sala di corte. Tuttavia, né Cimarosa né Rossini – anche loro fondatori del teatro musicale – fecero nulla di simile: anzi, si sforzarono per scrostare il peso di una tradizione che ritennero non più sopportabile. Anche Verdi ha rifondato da par suo il teatro: e lo ha fatto in modo da far emergere una linea che premiasse la parola proprio nel momento in cui essa offre il suo collo alla musica, alla voce musicale: questo sono la romanza, il canto corale spiegato, la vividezza del tema, sono sacrificio e consacrazione di un equilibrio ottenuto a caro prezzo. Cosa dire poi di Puccini o di Wagner? Wagner cercava di rifare il teatro dei Greci, partendo dalla convinzione – ai suoi tempi diffusa in Germania – che le medesime leggi linguistiche del greco fossero operanti nell’antico germanico e, da lì, fossero poi passate nel moderno tedesco. Chiediamoci: Wagner creava una nuova storia o voleva entrare nell’antica storia? Puccini è diverso: il suo tentativo di fondare il teatro musicale nasconde una insofferenza verso le regole della poesia di genere, della parola teatrale: sotto questo aspetto lo si potrebbe vedere come uno Stanislavskij che cerchi di rendere visibile lo “spartito interiore”. Puccini amava le parole e detestava i librettisti: avesse avuto maggiore fiducia in sé, si sarebbe scritto i testi da solo. Di fatto, fu Puccini a introdurre un interessante uso di clusters armonici e melodici insieme, di formule musico-verbali ricorrenti, che poi sarebbe stato lungamente imitato. Ultima osservazione: buona parte della filosofia del Novecento ha cercato di pensare il rapporto e le dominanze di parola e musica nel linguaggio umano o nelle pratiche musicali stesse. Husserl, Wittgenstein o Peirce hanno diversamente indagato i sofisticati rapporti tra frase linguistica e cadenza musicale, tra tensione e risoluzione. Non si può oggi pensare che la gente vada all’opera senza avere introiettato anche un po’ di queste riflessioni, magari orecchiate ma capaci di far sì che nuove idee di teatro musicale possano sorgere e venire sostenute. Ogni stagione lirica ha in sé il potere di “ricreare” o inventare un nuovo teatro musicale, ogni esecuzione è in potenza un manifesto di teatro lirico possibile. Per questo dicevo che la musica va visitata dove essa si concede ufficialmente e dove anche altri possono ascoltarla principalmente nei teatri e nelle sale da concerto.

#VerdeSperanza, #RossoDesidero, #BiancoCoraggio. Tre temi che si legano e arrivano a chiudere un percorso non casuale.

Sì queste tre stagioni, fino alla presente, sono all’insegna di tre colori, o se si vuole del drappo che li contiene: la bandiera tricolore italiana. Questa annotazione non è un semplice fatto “di colore”, ma ci richiama al ruolo che il teatro musicale ha assunto ancora recentemente quale segno caratteristico nella carta d’identità dell’alta cultura degli italiani europei. Avere accostato per tre anni un colore a una terna di opere ha suscitato plauso e qualche critica. Penso che nessuno obietterà se io rilevo un merito della formula. L’anno scorso si sono collocate sotto la rubrica “rosso desiderio” tre opere molto diverse fra loro: Macbeth, Carmen, Rigoletto. Ebbene, questo accostamento ha suggerito approfondimenti e stimolato domande che, accolte in varie sedi ed eventi collaterali, hanno permesso al pubblico di cogliere legami prima non sospettati. Il mettere le cose insieme produce delle ipotesi interpretative: talvolta si scopre quel che già c’era, altre volte si crea o si scopre qualcosa che non c’era o che non s’era scoperto prima.

Bianco coraggio. A prima vista un accostamento improbabile, quasi un ossimoro eppure.... 

La coppia Bianco Coraggio rientra tra le scoperte che andranno fatte e che forse rivelano aspetti insospettabili prima. L’uso linguistico lega la parola Bianco a cose, sentimenti, persone, ma non al coraggio. Si può allora rifiutare l’accostamento, ritenendolo non necessario, ovvero ci può interrogare su quello che travalica gli usi registrati. Io mi son chiesto, per esempio, cosa accade a livello percettivo, dove il bianco non è né una parola né un concetto, ma una semplice predisposizione a ricevere colore. Assomiglia un po’ alla “potenza” di Aristotele: è una disposizione a ricevere una impressione cromatica, ad ospitare una sequenza cromatica. Bianca è in questo senso ogni cosa (anche non fisicamente bianca) che aspetti e in qualche modo richieda del colore: lo spazio lasciato in bianco, il blank delle formule logiche, il foglio su cui scrivo questi caratteri. Nel comunissimo prisma il bianco si rileva, più che come colore, come la condizione perché si diano dei colori. Se il bianco non è solo una proprietà fisica, ma un fenomeno dell’esperienza, una condizione delle cose e anche dei soggetti, allora diventa lecita la domanda “Cosa accade quando una distesa di tal sorta viene istoriata, iscritta, “mascariata” dall’avvento spesso aggressivo di un pigmento?” Rompere la distesa bianca richiede un atto, un gesto che deve essere tanto più violento quanto maggiore è la presa che esso rivendica: ogni azione di tracciare colori su una superficie non-colorata è un atto che implica il coraggio, non foss’altro che per il fatto che esso segna un inizio di qualcosa. Il coraggio di inziare ci rivela una qualità del bianco che è quella qui importante: la disposizione a ricevere impressioni.